Maria. Regina di Scozia

Zadie Smith, chiamata a spiegare cosa sia per lei la Creatività in occasione del Festival delle Letterature a Roma, scrive: «A mio parere un vero “Creativo” non dovrebbe accontentarsi di soddisfare una domanda preesistente, ma dovrebbe modificare la nostra idea di ciò che desideriamo. […] In questo senso, al cuore della creatività si trova un rifiuto».

Rifiuto è probabilmente quella sensazione che ha provato il novanta per cento degli spettatori di Maria. Regina di Scozia in questi giorni, quando ha visto  uomini e donne di colore far parte dell’alta nobiltà inglese del Cinquecento. Per non parlare della controversa figura del segretario di Maria, l’italiano Davide Rizzio: per gli storici è il suo probabile amante, per il film un omosessuale dichiarato che si concede allo sposo di Maria: il cattolico, debole e incauto Darnley.

Dubbi, quindi, emergono sulla veridicità dei costumi, sull’accuratezza delle fonti, sul rapporto intimo tra le due regine. 

Se siamo d’accordo con Zadie Smith, ed è difficile non essere d’accordo con lei leggendo i suoi saggi, la regista Josie Rourke ha fatto centro; ha realizzato un vero e proprio prodotto creativo, sdoganato l’immaginario comune, e, infine, ha colpito in faccia il pubblico che ne ha parlato.

È vero in un film biografico ci aspetteremmo la fedeltà dei fatti, ma il cinema è propriamente finzione e soprattutto è una scatola magica dove lanciare messaggi e idee, non solo storielle; e dove si deve essere fedeli alla propria identità. 

La regia inquadra il volto di due donne più simili di quanto si creda, isolane e isolate su una terra circondata da un mare di cospiratori. Entrambe sono determinate, forti anche quando versano lacrime che sanno di non potersi permettere. L’identità, che è alla base della creatività, è quella di una regista donna a noi contemporanea che dimostra che Maria ed Elisabetta devono restare coerenti col ruolo che vogliono ricoprire e così quando si incontrano a circa due terzi del film tutto raggiunge il culmine. È un momento eccelso di grande recitazione tra Saoirse Ronan e Margot Robbie (rispettivamente Maria ed Elisabetta); un momento di verità e di lacrime dettate dalla paura: quella che si ha quando si fanno scelte intelligenti e identitarie. 

Questo momento risulta eccelso anche per i costumi e per la trasfigurazione di Elisabetta che col suo volto incipriato e la parrucca artefatta diventa un giocoliere di emozioni e intensità da vero e proprio personaggio teatrale. 

Ennesima rottura con l’ordinario che ci aspetteremmo: il teatro nel cinema, un incontro di due cugine e madri a modo loro che mi ha ricordato quello tra Maria di Nazaret e sua cugina Elisabetta. 

Elisabetta chiese a Maria di essere la madrina di suo figlio: il futuro Giovanni Battista; Maria chiede a Elisabetta di essere la madrina del suo James, futuro re d’Inghilterra. In queste due coppie speculari una è molto più anziana dell’altra, Maria, è la donna giovane, bella e fertile che si mette in viaggio in nome di una nuova vita che deve nascere.

Quattro donne che hanno seguito il volere del Dio in cui credevano: Elisabetta di Ain Karem era ebrea; Maria riceve la grazia nell’essere la madre di Dio sceso in terra; e, ancora, la discendente degli Stuart è una fervente cattolica che ripone il destino della sua intera vita in ciò che Dio le riserva, e infine, Elisabetta, è protestante e l’icona del mondo contemporaneo che la Rourke pretende e riesce a rappresentare in questo film. 

E ancora, le prime tre donne sono madri nel senso biologico del termine; Elisabetta I è madre nel senso ideologico: una donna diventa madre nel momento esatto in cui si preoccupa di un’altra persona. Quando le due regine si incontrano, ci sono due diverse madri che lottano per la propria indipendenza, per la propria vita e per la propria identità. È triste pensare che si sia salvata colei che ha rifiutato il legame familiare, all’epoca mezzo per raggiungere il potere, ma è inevitabile non riferirsi all’oggi e alla difficoltà che una donna, moglie e madre, trovi nel realizzarsi e nello scalare le vette del potere e del prestigio, qualsiasi lavoro essa svolga. 

Ma il film parla di Maria, non di Elisabetta, e lo scarto creativo è proprio lì: la regina condannata a morte si veste di rosso per proclamarsi martire; la regina che è soprattutto madre difende la vita del figlio fino all’ultimo e, in nome del suo futuro regno, si sacrifica; la regina bella che parla francese, italiano, latino e inglese non si inchina alla promessa di grazia della cugina sovrana, perché Maria è regina, madre, ma prima ancora donna. 

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