Corviale

Nella barra di ricerca di Google scrisse: Corviale.

Degrado, da evitare, zona pericolosa per turisti; questo c’era scritto nelle recensioni su Google Maps.  Dopo aver letto abbastanza Margherita prese la borsa, la piccola macchina fotografica e uscì. Doveva prendere l’autobus 98 dalla sua casa in vicolo delle Palle, proprio dietro via Giulia. Il nome della via di casa sua l’aveva sempre fatta riflettere sulla differenza tra periferia e centro. Il vicolo delle Palle in un quartiere del Quarticciolo sarebbe stato motivo di scherno, pregiudizio, presa in giro; ma se lo stesso vicolo si trovava a ridosso di Corso Vittorio Emanuele II, a un passo da Castel Sant’Angelo, con un occhio verso Piazza Navona e un altro verso uno dei più bei monumenti tardo rinascimentali di Roma, Palazzo Sacchetti, allora le palle non erano più fittizie parti anatomiche di uno scherno, bensì figure geometriche di massima perfezione. 

Margherita era nata in uno dei quartieri più belli di Roma, e si sentiva sbagliata. 

Era intenzionata a scoprire una realtà opposta a quella che conosceva e quindi di frequentare ogni giorno un quartiere periferico della sua città: per capire se il problema fosse lei o le palle di snobismo nelle quali era costretta a vivere. 

Margherita non era né una donna né una bambina, compiva sedici anni agli inizi di giugno: ancora cinque mesi prima di festeggiare, come da tradizione, a casa della nonna Ada. Il suo compleanno era l’unico giorno in casa in cui non si combatteva con i postumi di una convivenza forzata. I genitori, infatti, erano separati in casa di comune accordo. La madre, una pubblicitaria della Sony, non c’era mai; il padre lavorava nell’azienda vinicola del suocero: del suo ruolo di imprenditore aveva l’intuito e il sangue freddo, ma come marito ribolliva di invidia per il successo della moglie e per sentirsi superiore la tradiva a ogni occasione. Il padre: quello era il ruolo che aveva dimenticato di imparare. Alessio voleva bene a sua figlia, l’amava davvero, ma non si era accorto che la bambina rossa di capelli che guardava Tom and Jerry alla televisione aveva cambiato canale, e adesso era una giovane donna senza punti di riferimento. Eccetto Sonia.

– Un biglietto per favore. — chiese al giornalaio.

– Un euro e cinquanta, grazie. – bofonchiò l’ometto assonnato dietro a montagne di riviste. 

A via Paola, a due passi dal Vaticano, c’era il capolinea dell’autobus che l’avrebbe portata dalla parte opposta alla sua: capolinea–capolinea, da A a B, o meglio da A a Z. Quando arrivò, quasi non se accorse, erano le undici di un calmo lunedì mattina, il traffico del centro aveva lasciato spazio ai semafori pedonali di via di Bravetta. Le donne con i carrelli della spesa riempiti al mercato, erano silenziose; i bambini zingari giocherellavano con le cinture di sicurezza nei posti in fondo all’autobus e Margherita aveva appena terminato la lettura di Benedizione.

Kent Haruf, scrittore iconico della narrativa americana, non era certo una lettura semplice per un’adolescente. Era stata Sonia a darle quel libro la settimana prima. Sebbene Sonia fosse la donna delle pulizie, era diventata la migliore amica per Margherita: una confidente fidata con un tocco di spirito materno. Aveva sessantadue anni, era giovanile nell’aspetto e ancor di più nello spirito. Sonia era una donna delle pulizie per necessità, così lei stessa ripeteva, ma aveva studiato letterature straniere all’università. Poi le solite cose, la vita dei problemi, si era messa di intralcio. Ma la passione per la lettura, specialmente quella di autori americani, non le era mai mancata e sempre più spesso consigliava e prestava i suoi libri a Margherita. Quando il venerdì pomeriggio Sonia era a casa Bonimpelli per stirare, la ragazzina le sedeva davanti e nello sbuffo di vapore che si alzava dalle camicie inamidate, parlava del libro appena concluso.

– Che ne pensi Margherita? – chiedeva ogni volta Sonia. 

E Margherita sorrideva.

Il sole di dicembre era troppo poco caldo rispetto al freddo improvviso di metà mattina; il capolinea del 98 fermava in una rotatoria adibita a parcheggio, davanti a un vecchio bar forse aperto, forse no, di sicuro dall’aria abbandonata. Scese dal mezzo nel momento esatto in cui il motore, con il brontolio di un viaggiatore esausto, emetteva l’ultimo sobbalzo prima di spegnersi. C’era silenzio tutto intorno. 

Margherita, fingendosi il più possibile una del posto, si incamminò lungo la via dalla quale l’autobus era arrivato. Una via a senso unico che costeggiava l’enorme Serpentone di cemento che tante volte, il giorno prima, aveva spulciato su internet. Scelse di camminare dal lato opposto delle macchine, dove c’era il marciapiede, dal quale si entrava nei diversi lotti. Subito vicino alla fermata c’era il primo: il portone di ingresso era introdotto da una piazzola con delle panchine ai lati e un’aiuola al centro del mattonato di cemento. Ogni lotto era così, si ripeteva uguale a sé stesso, fino al numero cinque. Invece, il sesto si estendeva in diagonale lungo la via parallela, come l’asta di una bandiera. 

Mentre camminava rimase colpita dalle distanze vuote: nessuna vetrina di negozi, nessun bar, nessun parrucchiere, nessun giornalaio: solo centinaia di metri di cemento, aiuole e marciapiedi. C’erano, però, anche tanti alberi che si opponevano al grigio dominante e c’erano tanti murales a colorare l’aria.

Era entrata nel frattempo nel primo lotto, chiamato primo anche se era alla fine della strada: il mondo alla rovescia. Se non ti metti a testa in giù per capirlo tanto vale non conoscerlo. L’entrata non era piacevole: c’erano sbarre, mura scrostate, le cassette della posta come macchie di ruggine scure con i cognomi scritti col pennarello. “Come facevano a ricevere la posta?”, pensò Margherita. 

Scelse di addentrarsi nel corridoio di destra tra i due lati che si aprivano dietro la colonna centrale dell’entrata: forse la portineria. La luce che filtrava dall’esterno contrastava con i fili di corrente sparsi sul soffitto.

Senza motivo Margherita tornò indietro, voleva vedere la luce del sole che si rifletteva sulle foglie verdi rimaste sugli alberi, voleva vedere l’erica lilla nelle aiuole davanti la colonna portineria, voleva riprendersi dall’essere essa stessa caduta nel preconcetto che cercava di sfatare. Uscì fuori all’aria aperta e camminò più veloce, in salita, sul marciapiede, mentre il quartiere sembrava essersi svegliato d’improvviso. Alla fermata del bus le signore ciancicavano discorsi di ogni genere, l’odore del sugo che bolliva in pentola si percepiva intenso, come se da una di quelle finestre dietro le inferriate di rete metallica si celasse un’immensa cucina che riforniva tutte le case nascoste in quei corridoi.

Era quasi mezzogiorno e anche Sonia a casa sua preparava il pranzo nell’attesa che Margherita uscisse da scuola. 

Intanto, Margherita, senza accorgersene, era arrivata quasi all’inizio della via fino al primo lotto, sudata dentro il parka verde militare. Quando si girò alla sua destra si mise a fissare un’immensa scalinata tutta dipinta con le parole di una poesia. Cercò di leggere qualche frase: 

Un vento che tira sulle serrande, 

porta con sé qualcosa di grande,

smuove la mente persino la gente, 

ma non il serpente

Margherita iniziò a piangere.

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